Mondi Lontani / Weiten Welten

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Roma è passata, Lucca è davanti, e scrivo queste righe stando nel mezzo. Scrivo dal mio punto di vista di attore, cercando di raccogliere in questo post le riflessioni e le sensazioni maturate in questi ultimi 4 mesi. Quattro mesi devo dire non facili: l’incontro tra un testo e un attore non è diverso dall’incontro tra due persone. Talvolta si instaura immediata la simpatia, talvolta scocca l’amore e talvolta è necessario aiutarsi reciprocamente per capirsi, perché i linguaggi che si utilizzano appartengono a mondi differenti, e in certi casi anche lontani. Quest’operazione di comprensione passa necessariamente attraverso alcuni passaggi obbligati e uno di questi passaggi, quello forse più delicato, consiste nel metterci davanti ad uno specchio, per capire chi siamo. Certo, non intendo dire “chi siamo” in senso metafisico, o filosofico, o comunque astratto, ma “chi siamo” in rapporto all’altro. Questo passaggio è fondamentale per capire che cosa ci rende diversi, che cosa ci accomuna e quale magia vale la pena tentare per trovare una complementarità.

Quello tra me e il testo di Francesco è stato un incontro che ha richiesto diverse letture e molto studio. Frequentandolo nella mia mente ho cercato ogni possibile suggestione utile a farmi scivolare dentro la storia, e per meglio suggestionarmi ho ascoltato parecchia musica. Questo percorso, che senza l’aiuto della regista Lucia Falco sarebbe stato impossibile, mi ha portato a comprendere una cosa fondamentale: il testo di Francesco ed io proveniamo da due mondi distanti, prediligiamo linguaggi diversi e ci rispecchiamo in riferimenti culturali non sovrapponibili, pur condividendo una marcata propensione intimistica. Semplificando per non annoiare, e anche per evitare il più possibile l’odiosa pratica di incollare definizioni come fossero etichette, posso dire che tanto è “italiano” il testo, quanto è “tedesco” l’attore. E non mi riferisco ovviamente a nazionalità anagrafiche, o a latitudini geografiche, quanto piuttosto a paesaggi artistici, ad atmosfere culturali. Da un lato Fellini, Pasolini, Monicelli. Dall’altro Murnau, Wenders, Herzog. Da un lato le parole che si mescolano ai gesti, il cuore che batte tra le mani e la speranza in un sole che prima o poi deve arrivare. Dall’altro i lunghi silenzi, gli occhi che inseguono il movimento e il freddo che rende essenziale ogni raggio di luce. Rino Gaetano che suona e canta perché suo fratello è figlio unico. Oppure Blixa Bargeld che urla, mentre il suo batterista viviseziona una barra di ferro con la sega circolare. Sono solo pochi esempi, tentativi di accostamento, che però credo sufficienti a schizzare con mano veloce i due distinti ritratti:quello italico e quello teutonico. Quello che adesso vorrei fare, prima di chiudere questo post, è porre alcune domande: che cosa accadrà  nel momento in cui questo testo italiano e questo attore tedesco si metteranno sotto le luci, davanti al pubblico, uno dentro l’altro? In quale modo la regista sarà riuscita a realizzare una compenetrazione tra le due anime? Quale demone sotterraneo avrà ragione, alla fine della messa in scena? Quello del sentimento, o quello dell’intelletto? E in ultimo: piacerà? Lo spero. Lo spero davvero.

Grazie,  Marcello

(nella foto in alto: Marcello Serafino in “Giorno 177”, spettacolo ambientato nel campo di concentramento di Dachau)

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