“OMABELLE” : suggestioni dal Tour Teatrale sulle Alpi Marittime

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Il vertice del nostro viaggio è una strada sterrata che corre a 2000 metri d’altitudine, incrociando la via Marenca poco sopra il Rifugio Don Barbera. Siamo sotto la vetta del Marguareis, che sale qui dolcemente, increspandosi in mille rocce bianche che affiorano dal vento. Impossibile immaginare quanto questa montagna sia profondamente diversa, osservandola dal versante opposto. Visto dal Rifugio Garelli, infatti, il Marguareis appare invece come un muro immenso e ardito, e la roccia sembra tagliata con brutale meraviglia da un’accetta sovrumana. Gioco, illusione e inganno tipico della montagna, quello di mostrarsi sotto mutevoli aspetti, a seconda del punto di osservazione. Ed è bello pensare che quanto di più inamovibile esista su questo pianeta, ossia la Roccia Pura, si muova in realtà negli occhi del camminatore che avanza tra cielo ed erba, assecondando la mutevolezza delle nuvole. Forse, le Montagne altro non sono altro che nuvole pietrificate, precipitate a terra per il troppo peso. Giganti gassosi mutati in roccia, silenziosamente adoranti quel cielo da cui furono strappati.

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Il vertice del nostro viaggio è una manciata di istanti raccolti nella polvere delle ruote, correndo a bordo di una jeep guidata da Enrico, una guardia del Parco. In cinque giorni di cammino, questa è l’unica tappa che abbiamo compiuto a bordo di un mezzo motorizzato. Siamo partiti da Entracque, con uno zaino da quindici chili e una chitarra da flamenco, accompagnati da Esteban Puzzuoli, il nostro fotografo d’assalto. Nell’equipaggiamento erano comprese quattro vecchie bacchette per sci da fondo, utilizzate in questo caso come bastoni da trekking, perché ciò che si conficca nel ghiaccio è capace di far presa anche nella terra nuda. Forse l’estate, come cantò Paolo Conte, è davvero un sogno contenuto dentro l’inverno. E poi, al fondo dello zaino, i costumi di Lucia: un vestito nero, uno scialle di pizzo, un cappello di velluto con le piume, un paio di scarpe rosse col tacco. Capi d’abbigliamento che sembrano vestigia di un tempo che fu; una stagione dello spirito che sopravvive oggi come visione, fantasticando idealmente intorno ai tavoli del Cabaret Voltaire, o fluttuando sotto il cielo dorato di un infinito secessionismo viennese, tra le tele di Klimt e di Schiele, laddove la luce della bellezza è inseparabile dall’ombra.

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Può sembrare fuori luogo evocare certe atmosfere narrando di un viaggio fatto a 2000 metri d’altitudine, correndo sulle Alpi Marittime, dove il muggito dei bovini al pascolo, macilenti nel loro esplodere di vita e di latte, si annulla nel silenzio del pastore che scruta l’orizzonte. E invece, tutto è straordinariamente sensato. Perché noi, qui, siamo attori in cammino, e nello zaino da quindici chili portiamo una carovana senza peso di storie da raccontare, di immagini da donare, di parole che sono respiro di lupi e artiglio di scrittore. Uno scrittore che si chiamava Jack London.

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Jack si tuffò, nel 1897, in quel radioso miraggio che fu la Grande Corsa all’Oro. A capofitto si tuffò, impetuoso e assetato d’avventura, portandosi dietro pochi vestiti, pochi quattrini e molti sigari. Tornò a casa senza un grammo d’oro, ma con un carico eccezionale di storie. E queste storie, raccolte nel ghiaccio, nel fango e nel fuoco, diventarono romanzi. Testimonianze di un’esistenza fragile e selvaggia, durata troppo poco. Nei sentieri selvaggi descritti dalla penna di Jack, c’è un animale che corre instancabile, muovendosi dalle pagine dei suoi libri verso la prateria del nostro immaginario. Curvo, cupo, veloce e potente, il lupo raccontato da questo grande scrittore è molto più di un predatore a quattro zampe. E’una parte di noi, un frammento ancestrale della nostra essenza di uomini e donne. Per realizzare il nostro spettacolo siamo andati incontro a quel lupo, gli abbiamo offerto le nostre mani e abbiamo atteso che il suo olfatto ci riconoscesse come amici. E poi lo abbiamo riportato nel territorio da cui era giunto: il Wild. Per trasformare questo sogno in realtà, abbiamo realizzato un tour teatrale attraverso cinque rifugi dislocati tra il Parco Naturale delle Alpi Marittime e il Parco del Marguareis, da poco unificati in un solo Ente di Gestione.

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Ma che cos’è il Wild? E’ un universo parallelo, un regno dove tutto è straordinariamente grande. La fame, i prati, i torrenti, le rocce, e le azioni che qui si compiono, sono specchi di una dimensione altra, nella quale la libertà è un sentiero che corre  sul filo delle nuvole. Un sentiero ripido e scosceso, che richiede buone gambe, polmoni capaci, spalle robuste, nervi saldi e una straordinaria voglia di cercare e vivere la condizione interiore della “grazia”.  “Omabelle” è uno spettacolo che porta ”la grazia” tra le montagne. Laddove l’orizzonte appare come un susseguirsi di creste affilate, e il vento taglia la pelle del viso.  Laddove la nozione fisica di peso diventa una sfida metafisica, da affrontarsi ad ogni passo, avanzando e sudando, talvolta imprecando per la fatica, talvolta ringraziando il cielo di esistere. La “grazia”, che nella voce di Lucia si allarga e si espande, inseguita dall’arpeggio di una chitarra accordata in modo impreciso, suonata lasciando molte corde vuote, perché la mano del chitarrista non vuole addomesticare il suono, ma lasciarlo nudo, crudo, ampio e vergine. Due voci, una chitarra e un paio di scarpe rosse calzate tra i fili d’erba, con i tacchi che sfiorano la terra sulla quale il silenzio si allarga.

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Il vertice del nostro viaggio è un attimo di gioia rubato al fluire del tempo. Siamo aggrappati alla barra superiore di un fuoristrada, e i nostri piedi cercano l’equilibrio nel cassone posteriore, mentre l’aria si prende le nostre grida, i nostri sorrisi, i nostri capelli. Cavalchiamo le quattro ruote motrici tra onde d’erba, e se guardiamo davanti a noi sappiamo che oltre quella vetta, o dietro quella curva, o arrivati a quel colle, potrebbe apparire, in lontananza, il mare. Anche in questo sta il fascino di questo Parco Naturale che attira avventurieri olandesi, inglesi, francesi e tedeschi: a piedi, in mountain-bike, o in motocicletta. Avventurieri che, giunta la sera, diventano gli spettatori del nostro spettacolo, sedendo davanti a noi per ascoltarci e guardarci. Un pubblico fatto di gente che ha la faccia bruciata dal sole, i capelli spesso grigi e gli occhi grandi tipici di chi ha masticato tanta strada in mezzo a tanta bellezza. Nonostante il nostro spettacolo sia completamente parlato, e le nostre lingue siano diverse, gli avventurieri si entusiasmano, e ci seguono nella nostra rincorsa narrativa. Quasi come se le nostre parole diventassero pura musica, e in quella musica la storia narrata si traducesse in una trama sonora, densa di vibrazioni emotive. In fondo, fare teatro è un modo per generare, plasmare e incanalare vibrazioni. E seguire uno spettacolo di teatro ad alta quota permette al cuore di catturare le vibrazioni con maggiore pulizia, e stupefacente immediatezza.

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Nei rifugi lo spazio scenico è ridotto all’osso, le luci non offrono molte possibilità e il contorno è costituito da tavoli e sedie, mobili di legno, qualche quadro, giacche appese. Luoghi che diventano, con l’arrivo del grande buio, fari al centro del nulla. Con tutto il calore gelosamente racchiuso dietro le finestre. Per adattarci a queste caratteristiche, abbiamo compresso la notevole energia fisica che utilizziamo solitamente nelle nostre produzioni, costruendo una partitura scenica capace di essere racchiusa in 2 metri quadrati. Cinquanta minuti di racconto sostenuti con un ritmo elevatissimo, lasciando che le immagini si stacchino da noi, per riempire lo spazio circostante. Oltre le mura protettive e rassicuranti di quei rifugi, è importante dirlo, i lupi vivono realmente, osservando l’uomo e talvolta incrociandone i percorsi. Uomini e lupi, sono qui abitatori delle medesima dimensione dell’esistere. Non a caso, il nostro tour è stato organizzato collaborando non solo con l’Ente di Gestione delle Aree Protette delle Alpi Marittime, ma anche con il progetto transfrontaliero Life WolfAlps, che ha l’obiettivo di individuare e affinare strategie per rendere possibile la convivenza di lupi e pastori nel medesimo territorio.

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Tutti noi possiamo arrivare sul bordo di una spiaggia. Ma solo chi è davvero motivato arriva sulla vetta di una montagna. Ci vuole passione, per arrivare lassù. Ci vogliono determinazione, sete di cielo, fame di grandezza. E tutte le persone che abbiamo incontrato sul nostro cammino, tra le montagne, ci hanno offerto la bellezza del loro animo. Molti di loro, il lupo lo hanno visto. Chi da lontano, chi affacciandosi alla finestra del rifugio, chi voltando una curva. Noi, pur non avendolo incontrato fisicamente, possiamo dire di averlo sempre percepito come compagno invisibile. Un compagno che ti mette alla prova, nel tuo profondo, non appena deponi le certezze quotidiane per affacciarti sulle sterminate praterie d’alta quota. Quando capisci che la strada selvaggia è tua, ed è davanti a te…

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Un primo, fondamentale ringraziamento va a Giorgio Bernardi e a tutta l’equipe di guardie e operatori del lEnte di Gestione delle Aree Protette delle Alpi Marittime e del progetto Life WolfAlps che, con il loro lavoro, la loro competenza e la loro passione ci hanno accompagnati in questa grande avventura. Pensando a questi uomini e a queste donne, è inevitabile considerare come uno straordinario patrimonio naturale abbia bisogno, per essere pienamente valorizzato, curato e amministrato, di persone così capaci. Camminare lungo i sentieri che circondano il Marguareis è, prima ancora che un un’esperienza fisica, un’occasione di pulizia per lo spirito. Pulizia  che dal paesaggio si riflette in noi, riverberando nel silenzio. I tantissimi camminatori, ciclisti e motociclisti stranieri che abbiamo incontrato accorrono in queste incontaminate valli del cuneese per vivere un’esperienza unica, sapendo di potersi inoltrare, chilometro dopo chilometro, in un autentico museo della natura. Un museo vivo e cangiante, impregnato di profumi e di storia, con una flora del tutto unica nell’intero arco alpino, per la sua sorprendente varietà. Le Aree Protette delle Alpi Marittime costituiscono un esempio di come l’oculata gestione del paesaggio sia fondamentale per generare ricchezza in termini umani, sociali ed economici, attirando flussi turistici ecologicamente sensibili e formando personale altamente specializzato, in grado di coniugare l’amore per il territorio con le conoscenze tecniche necessarie.

Un secondo ringraziamento è rivolto ai proprietari e gestori dei rifugi che ci hanno ospitato lungo il cammino, sempre mettendoci nella condizione di poter presentare il nostro spettacolo  nel miglior modo possibile, e consentendoci di rifocillarci e riposarci in un ambiente sempre accogliente, piacevole e protetto.

E un ultimo ringraziamento va a tutte le donne e gli uomini che hanno assistito ai nostri spettacoli, condividendo con noi la magia delle notti notti ad alta quota, donandoci tutta la loro attenzione e la luce dei loro volti ardentemente in cammino.

(m)

Il tour tetrale di “Omabelle” ha toccato i seguenti rifugi e punti tappa:

 

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