Spettacoli

35° PIANO

Un uomo in piedi, circondato dalla notte, racchiuso in una cabinatelefonica di 60 centimetri quadrati. E la sua voce che racconta,aggrappata ad una cornetta bianca che pende dal cielo. Parole che corrono lungo un filo teso tra la sua bocca e le nuvole. Parole pronunciate parlando ad una donna perduta e mai dimenticata, i cui respiri si dissolvono nel silenzio. C’è un uomo che precipita, al centro del racconto. E’ il padre del protagonista, schiacciato dai debiti e artefice di un sogno diventato illusione. Un’esistenza spesaa lavorare in fabbrica, e poi la malattia, e poi la guarigione. Finquando non arriva l’idea della vita: smetterla con la catena dimontaggio, chiedere un prestito e aprire un’officina. Un volo che si trasformerà in caduta. Una caduta, ultima e definitiva, verso l’asfalto, un gesto di ribellione solitario ed estremo, rivolto controun sistema bancario che miete vittime generando crediti.
Il racconto del protagonista, che si svolge quasi interamenteall’interno della cabina telefonica, procede per evocazioni, lasciando apparire i volti, le facce e le psicologie di tanti e differenti personaggi, immagini istantanee di un’umanità che mescola la propria quotidianità con i grandi fatti della nostra storia recente: il rapimento di Aldo Moro, un goal di Paolo Rossi, la strage dello StadioHeysel di Bruxelles, Tangentopoli.
La cabina telefonica, che costituisce l’unico elemento scenico dello spettacolo, costringe l’attore in uno spazio minimo ed essenziale, potenziando in tal modo la sua espressività e incorniciando il gioco trasformistico attraverso il quale si snoda il monologo, concepito in sede drammaturgia come una sequenza di continui rimbalzi tra i vari personaggi. Oltre la cabina del telefono, oltre la notte, e oltre il dolore,
esiste e resiste però una spiaggia. Non l’ultima spiaggia, propria di colui che sente di non avere più risorse, ma la spiaggia dell’infinito ritorno. Un luogo dove la sabbia del tempo si dona alle onde, cancellando le miserie del quotidiano, la fatica dell’essere e le sconfitte incassate.

MONBIJOU

Si inizia così. Con un nome di città, una data e una sveglia che suona. Anche il sole è diviso, in quel mattino, tagliato dal muro in Monbijou Platz. Nei due versanti della piazza si aprono gli occhi, si mettono in moto i corpi, si innescano i riti del quotidiano.

Sul lato ovest, fratello e sorella escono di casa e si dividono: gesti di gomma e faccia da clown per lui, movimento meccanico e sguardo asettico per lei. Sul lato est, una donna cammina su un tetto, è raccolta nel suo impermeabile e nei suoi pensieri, ha un baratro di venti metri davanti e una voglia matta di saltare; un angelo, invisibile e incorporeo, la ferma un attimo prima del balzo, consegnandole una lettera d´amore mai spedita, scritta da un uomo fuggito oltre il muro.

Da queste premesse, Monbijou si sviluppa seguendo e ricostruendo le storie dei suoi personaggi, mettendole in parallelo, estraendole dalla quotidianità e calandole nell´ eccezionalitá di un giorno storicamente fondamentale: il giorno in cui il Muro è caduto. Quattro attori e un artista di strada (questa volta vero) danno vita a 5 personaggi profondamente diversi, la cui anima è messa in scena attraverso il potere del gesto, senza bisogno di parole.  Al centro di tutto, il Muro, confine reale e simbolico che verrá abbattuto, a sorpresa, grazie alla spinta degli eventi, permettendo ai due innamorati di ritrovarsi e all´ angelo di riacquistare le ali.

Monbijou è uno spettacolo che, per il contesto storico affrontato e per il linguaggio utilizzato, realizza un modo di far teatro al contempo onirico e reale, ludico e critico. La decisione di rinunciare all´ uso della parola realizza la possibilitá per il pubblico di cogliere differenti chiavi interpretative, conservando contemporaneamente la libertá di abbandonarsi al semplice flusso inconscio. Spettacolo che ruota intorno al tema dei “confini”, Monbijou ci pone di fronte a due mondi: un mondo al centro dell´implosione, quello dei paesi socialisti, e un mondo lanciato verso l´ esplosione, quello delle economie di mercato. Nel mezzo, uomini e angeli sono accomunati da tensioni e desideri, da sogni e illusioni.

Progetto, Sceneggiatura e Regia di Lucia Falco / Con Giovanna Ducco, Lucia Falco, Yurij Longhi, Maresa Pagura e Marcello Serafino / Ricerche Materiale di Archivio di Lucia Falco e Marcello Serafino / Progetto luci di Luca Baraldo e Federico Ghironi

GIORNO 177

Giorno 23. giorno 57. Giorno 99. Sono tanti i giorni, dietro il filo spinato. Liberamente ispirato alla storia di Johan George Elser, GIORNO 177 è uno spettacolo ambientato nel campo di concentramento di Dachau e ci racconta la storia di una detenzione che diventa, anche se amaramente, una fuga.  Ma andando ancora oltre, Lucia Falco e Marcello Serafino ci propongono il ritratto di un uomo che ha saputo vedere nel futuro e che agito con grande anticipo, sia pur fallendo, nel tentativo di evitare l’Olocausto che noi tutti, oggi, conosciamo.

Testo di Marcello Serafino / Adattamento e regia di Lucia Falco / Con Marcello Serafino/ Luci e suono di Federico Ghironi

GIORDANO BRUNO

Spettacolo dedicato alla figura del filosofo Giordano Bruno. Un viaggio a ritroso nel tempo, in un periodo nel quale i pensatori non conformi al dogma venivano sottoposti a giudizio e, molte volte, condannati al rogo. Giordano Bruno apre letteralmente il cielo, sposta il mondo dalla monotonia del suo centro e concepisce l’idea di un universo senza fine, andando a ridisegnare la collocazione e la natura profonda di Dio. Lucia Falco elabora la storia dell’uomo e ne distilla l’ anima, condensandola nelle ultime ore prima dell’esecuzione, quando il dialogo interiore del personaggio attraversa i territori del sogno, della confessione, del rancore e del volo. La messa in scena, fortemente evocativa, immerge il protagonista in un prigione senza muri, adagiata sull’erba, poiché nessuna sbarra può arrestare il flusso del pensiero, la ricerca della libertà, la sete dell’infinito.

Progetto, testo e regia di Lucia Falco. Con Marcello Serafino, Giovanna Ducco e Lucia Falco.

HAMLET MOTEL

Lucia Falco porta a compimento, con Hamlet Machine, una ideale trilogia teatrale tedesca, iniziata con lo spettacolo Monbijou (dedicato alla caduta del Muro di Berlino) e proseguita con Giorno 177 (Ispirato alla storia di J.G. Elser, che venne imprigionato dopo aver attentato alla vita del Fuhrer).  Un percorso artistico, diviso tra luce e tenebre, tra visione ed azione,  che giunge al suo capitolo finale abbracciando dunque  il testo di H. Muller. Il testo si pone in essere come una  riscrittura e una decostruzione di un modello, quello di Amleto, assolutamente archetipico nell’immaginario occidentale, andando così a smantellare  le più consolidate convenzioni teatrali. L’opera, scritta nel 1979, ebbe anche una rappresentazione radiofonica con la colonna sonora degli Eisturzende Neubaten e poté vantare, in veste di attore,  lo stesso Blixa Bargeld, leader del gruppo tedesco. Hamlet Machine è, a detta di Lucia Falco, uno dei più folgoranti esempi di come un’operazione di incursione e rivoluzione intellettuale, possa diventare a sua volta un “classico”. In questo senso, appare evidente come il destino di quest’opera d’arte, e di tutte le opere rivoluzionarie, sia molto simile a quello di molti rivoluzionari in carne e ossa. Nel momento in cui il re viene spodestato, ecco che i ribelli ne raccolgono lo scettro, la corona e i vizi. E’ una logica non solo artistica, ma anche politica, un meccanismo che agisce nel tempo, appiattendo la storia di tutti e gli intenti dei singoli. Troppo spesso, le armi di chi ha combattuto per la libertà finiscono in musei a pagamento. L’arte ha bisogno di una dose scellerata di anarchia per mantenere viva nel tempo la rivoluzione di cui si fa voce. Partendo da questi presupposti, Lucia Falco vuole proporre una versione di Hamlet Machine  infinitamente vergine, estranea ad ogni etichetta, ad ogni confronto, ad ogni scuola.

VOCI D’ASFALTO

Volevo parlare di prostituzione, ma come affrontare un tema del genere? Difficile, rischioso, estremamente delicato. Un argomento complesso, dalle mille sfaccettature, che ti mette in crisi, costringendoti ad affrontare situazioni diverse, lontane. Realtá molto difficili da giudicare. O troppo facili. Perché proprio nella tentazione di giudicare si nasconde il rischio di diventare banali, il pericolo di sentirsi al di sopra, di ritenersi legittimati a dire la propria, con il grande rischio di perdere di vista le vere protagoniste della storia. E´ stato quindi necessario muoversi con prudenza, con estrema delicatezza, piano piano. E´ stato necessario aprire bene le orecchie… (Lucia Falco)

L’impatto emotivo di VOCI D’ASFALTO è forte. E´ come ascoltare la voce di infinite donne vendute e comprate, voci di antiche schiave catapultate nell´era moderna. Bambine, ragazzine, ragazze, picchiate per giorni e giorni, private del futuro, costrette a piegare la testa, ad arrendersi alla strada. Voci d´ Asfalto racconta attraverso una singola storia, esemplare, il canovaccio che annoda tutte le storie. Dalla promessa di un futuro felice al viaggio verso un paese straniero, dalla scoperta del terribile inganno alla quotidiana resistenza sull´ asfalto, fino alla faticosa, conquistata liberazione. Un percorso reale e crudele, affrontato da Lucia Falco con poesia e purezza, con passione e forza, con anima vibrante.

Progetto, testo e regia di Lucia Falco/ con Lucia Falco

NIENTE PIU’ NIENTE AL MONDO

Tratto dal monologo originale di Massimo Carlotto, “Niente più niente al mondo” è una storia rigorosamente al femminile, calata nella solitudine e nella povertà culturale della periferia torinese, dove i sogni di una madre si scontrano con il desiderio di ribellione  della figlia, in una lotta che vede la civiltà dell’apparenza opposta alla ricerca di una libertà oltre gli stereotipi.

Adattamento scenico, scenografia e regia di Lucia Falco. Con Giovanna Ducco. Luci di Federico Ghironi

RACCONTI DI MEZZA ESTATE

Sei donne, sei attrici non prefessioniste, portano in scena i loro racconti: sono frammenti di vita catturati durante la resistenza del Movimento No Tav in Valle di Susa, in quel di Chiomonte, durante l’estate 2011. L’odore dei lacrimogeni, le preghiere recitate di fronte alla barriera umana dei poliziotti, i turni in cucina durante gli scontri, la voce pacifica ma determinata di chi non vuole piegare la testa innanzi alla devastante logica di un progresso che sottrae, invece di dare.

Progetto e regia di Lucia Falco. Con Tiziana Pasquero, Maura Robba, Claudia Castagno, Stefania Cappa, Maria Luisa Bonacina, Giusy Mura, Marcello Serafino, Lucia Falco

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